venerdì 30 novembre 2018

Il privilegio e il potere

Il privilegio difende e protegge il privilegio.[…] L’ascesa dei privilegiati, non solo in Lager, ma in tutte le convivenze umane è un fenomeno angosciante ma immancabile: essi sono assenti solo nelle utopie. E’ compito dell’uomo giusto fare guerra a ogni privilegio non meritato, ma non si deve dimenticare che questa è una guerra senza fine. Dove esiste un potere esercitato da pochi o da uno solo, contro i molti, il privilegio nasce e prolifera, anche contro il volere del potere stesso, ma è normale che il potere, invece, lo tolleri o lo incoraggi. […] Il potere esiste in tutte le varietà dell’organizzazione sociale umane, più o meno controllato, usurpato, investito dall’alto o riconosciuto dal basso, assegnato per merito o per solidarietà cooperativa o per sangue o per censo: è verosimile che una certa misura di dominio dell’uomo sull’uomo sia iscritta nel nostro patrimonio genetico di animali gregari. Non è dimostrato che il potere sia intrinsecamente nocivo alla collettività. Ma il potere di cui disponevano i funzionari di cui si parla, anche di basso grado, come i Kapos delle squadre di lavoro, era sostanzialmente illimitato; o, per meglio dire, alla loro violenza era imposto un limite inferiore, nel senso che essi venivano puniti o destituiti se non si mostravano abbastanza duri, ma nessun limite superiore. In altri termini erano liberi di commettere sui loro sottoposti le peggiori atrocità, a titolo di punizione per qualsiasi loro trasgressione o anche senza motivo alcuno: fino al 1943 non era raro che un prigioniero fosse ucciso a botte da un Kapo senza che questo avesse da temere alcuna sanzione. Solo più tardi, quando il bisogno di mano d’opera si era fatto più acuto, furono introdotte alcune limitazioni: i maltrattamenti che i Kapo potevano infliggere ai prigionieri non dovevano ridurre permanentemente la capacità lavorativa; ma ormai il mal uso era invalso e non sempre la norma era rispettata. 
La zona grigia da I sommersi e i salvati di Primo Levi

domenica 25 novembre 2018

25 novembre

Chi come me ha vissuto un amore disturbante e distruttivo conosce già il dolore, quello profondo, lacerante e paralizzante.
Oggi mi sento abbastanza pronta per provare a dare un contributo costruttivo e comunicare la speranza che da quel dolore si può uscire, si può, a poco a poco, guarire la ferita.
Sicuramente il primo passo per la guarigione è capire, cosa ci sta succedendo e con chi si ha a che fare. E questo è possibile solo con la terapia. Capire con chi si ha a che fare è infinitamente triste, lo so, ma è comunque il primo passo.
A me ci è voluto un po’ di tempo, ma anche nei momenti più bui ho sempre confidato nella mia intelligenza e quindi nel fatto che non avrei mai potuto accontentarmi di una vita  tanto misera. E alla fine l’istinto di sopravvivenza è scattato, quando ho capito che la mia esistenza poteva solo peggiorare. In quel momento finalmente ho iniziato a prendermi cura di me stessa. Mi sono riappropriata della mia mente, del mio corpo e del mio tempo.
I sentimenti che provo oggi, in questo momento, sono: la paura di permettere a qualcun altro di controllare la mia mente; un senso di tristezza per il tempo passato che non ritorna; una rabbia latente per il male e l’inganno subiti. Ma sto lavorando su me stessa, per sanare il mio cuore spezzato infinite volte e il mio corpo altrettanto violato. Sto lavorando su me stessa per imparare ad avere comprensione per me e a volermi bene.
La comprensione e l’amore per se stessi sono la cura e imparare questo, giorno dopo giorno e passo dopo passo, grazie alla terapia, è un’esperienza commovente (infatti mentre lo scrivo sto piangendo) ed emozionante; è un meraviglioso viaggio dentro te stessa che ti insegna ad amarti e a farti amare nel modo giusto, nel modo in cui meriti.
La comprensione e l’amore per noi stessi ci rendono meno vulnerabili e colmano gran parte di quel senso di solitudine che ci portiamo dentro e che ci rende facili prede. Oggi sto lavorando su me stessa per imparare a dare ascolto e voce ai miei sentimenti, ai miei pensieri, ai miei desideri e al mio corpo. Perché voglio essere protagonista dei rapporti che vivo, non una passiva spettatrice.

Lucia Annibali con Giusi Fasano - Io ci sono

lunedì 19 novembre 2018

Memoria

E’ generalmente difficile negare di aver commesso una data azione o che quest’azione sia stata commessa; è invece facilissimo alterare le motivazioni che ci hanno condotto a un’azione e le passioni  che in noi hanno accompagnato l’azione stessa. Questa è materia molto fluida, soggetta a deformarsi sotto forze anche molto deboli,  alle domande «perché lo hai fatto? » o «cosa pensavi facendolo? » non esistono risposte attendibili, perché gli stati d’animo sono labili per natura e ancora più labile è la loro memoria.
Anche nel campo più vasto delle vittime si osserva una deriva delle memoria, ma qui manca il dolo. Chi riceva un’ingiustizia o un’offesa non ha bisogno di elaborare bugie per discolparsi di una colpa che non ha, ma questo non esclude che anche i suoi ricordi possano essere alterati. E’ stato notato che molti reduci da guerra e da altre esperienze traumatiche tendono a filtrare inconsapevolmente i loro ricordi rievocandoli tra loro o, raccontandoli a terzi, preferiscono soffermarsi sulle tregue, sui momenti di respiro e sorvolare sugli episodi  più dolorosi. Questi ultimi non vengono richiamati volentieri alla memoria e perciò tendono ad annebbiarsi col tempo e perdere i loro contorni.
La memoria dell'offesa da I sommersi e salvati di Primo Levi